Qualche mese fa due cari ragazzi mi hanno chiesto di supportarli con qualche consiglio e un tocco "da architetto" nella riconfigurazione del layout del soggiorno - living di casa loro.
Il tema era interessante e stimolante, seppur riferito ad un piccolo progetto, in quanto, a partire dagli arredi esistenti, con il layout planimetrico non modificabile, giocando solo sulle finiture e sulla disposizione degli elementi già esistenti, si voleva dare una nuova vita allo spazio.
La scelta da parte mia è stata quella di valorizzare alcuni oggetti interessanti (una lampada Parentesi di Flos, alcune stampe di Andy Warhol, ...), uniformare le cromie, razionalizzare la disposizione degli arredi, preferire finiture monocrome ed eleganti.
Il risultato ha sorpreso tutti, me compresa, per la linearità e il rigore, nel rispetto del budget, dei gusti e delle aspettative del committente.
Allego immagini del prima e dopo di alcuni scorci dell'ambiente.
L'ingresso della casa:
Il divano:
Zona TV:
Scala:
Un blog su architettura, scultura, pittura, design, fotografia, paesaggio, cinema, teatro e letteratura.
martedì 24 febbraio 2015
martedì 7 maggio 2013
Il giro del mondo in 80 secondi
Vi presento il mio mappamondo in gesso: chi mi conosce sa quanto è stata lunga e faticosa la ricerca.
E' stato ritrovato in un appartamento milanese di recente svuotato da un antiquario, ed è stato per me amore a prima vista.
Si tratta di un mappamondo in gesso, degli anni '30 - '40 del '900, della Paravia, su piedistallo in bronzo, in buono stato di conservazione. La datazione è confermata dalla presenza delle colonie africane nella loro configurazione antecedente la Seconda Guerra Mondiale.
La Paravia, dopo l'Unità d'Italia, è stata tra le case editrici più grosse del mercato nazionale, nella vendita di materiale didattico: alfabetieri, pallottolieri, ma soprattutto carte geografiche, mappamondi, cartelloni di storia naturale e nomenclatura figurata.
Qui sotto altre immagini del mappamondo.
Infilo cose (e persone) nella testa
Qui sopra "Memoria", opera dell'artista milanese Gabriella Giandelli, omaggio (molto gradito) da parte di Lia e Nunzio per aver "testimoniato" alla loro unione.
Gabriella Giandelli nasce a Milano nel 1963 e lì vive e lavora tuttora. Nota soprattutto come fumettista e illustratrice, pubblica per diverse case editrici e riviste. Particolarmente gradevoli le sue illustrazioni di libri per bambini (è la creatrice del personaggio del coniglio Milo).
"Memoria" è un'opera che mi assomiglia, ed è con questa idea che l'ho selezionata tra tante, quasi tutte molto belle, di vari autori, che Lia mi ha proposto, dal sito della stamperia bolognese Squadro. Mi ci riconosco perché sono un'accanita "accumulatrice". Infilo cose (e persone) nella testa, proprio come la figura del quadro, la "scrivania" simbolica della mia vita è carica come quella rappresentata, sempre piena di cose differenti, che infilo nella mia testa sezionata, e che recupero all'occorrenza, o lascio lì in un angolo recondito che le nasconde, soprattutto a me, piuttosto che agli altri. E mi riconosco anche nel tratto dell'autrice, e nella scelta della semplicità cromatica (questa una delle 3 versioni dell'opera, le altre due con dettagli in rosso).
Una fotografia, un quaderno, una strada, un palazzo, una teiera, una scarpa, una macchina, un fantasma, o tanti, a seconda dell'interpretazione... nel brodo magmatico e ribollente della mia testa aperta! Io l'ho letta così. Ma è solo una delle chiavi di lettura di questa immagine della brava Gabriella Giandelli.
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Gabriella Giandelli,
Memoria
giovedì 13 settembre 2012
A tutto Gas, con il Sole!
La diffusione dei Gruppi d'Acquisto Solidali su tutto il territorio nazionale non è più una novità. Sono sempre più numerosi, per fortuna, i gruppi di famiglie che si mettono in rete per l'acquisto di prodotti alimentari e non solo, prendendo contatti diretti con i produttori, privilegiando quelli locali e biologici, e scontando prezzi più convenienti rispetti a quelli dei consueti canali di distribuzione.
Negli ultimi tempi si è diffusa la pratica dell'acquisto tramite il gas di un numero maggiore di beni: detersivi, prodotti per la cura del corpo, abbigliamento e accessori, prodotti per la casa.
E questa è la grande novità scaturita dalla forza di volontà e dal maggiore potere d'acquisto del gruppo rispetto al singolo.
In quest'ottica si deve leggere la realizzazione di un gruppo d'acquisto ad hoc, in alcuni comuni della provincia di Varese, per l'acquisto di pannelli fotovoltaici da installare su abitazioni private.
L'iniziativa è partita dall'idea di alcuni cittadini dei comuni di Varese e Malnate, nella maggior parte dei casi già membri di Gas esistenti, che hanno deciso di unire le proprie forze per realizzare un investimento significativo, che nella solitudine della singola iniziativa può essere anche più oneroso.
La scadenza per aderire a questo primo acquisto dei pannelli è fissata per il prossimo 26 Settembre.
Tutte le informazioni per aderire sono disponibili sul sito di Legambiente Varese che insieme al Comune di Malnate patrocina l'iniziativa.
(La fonte dell'immagine qui sopra è Legambiente).
martedì 8 maggio 2012
Si potrebbe anche pensare di volare
Sabato 5 maggio a Milano il "Collettivo dei lavoratori dello spettacolo e dell'immateriale", un gruppo di danzatori, attori, scrittori e lavoratori del mondo dello spettacolo, ha occupato a Milano la torre Galfa, di proprietà del gruppo Ligresti, in stato di abbandono da ormai 15 anni.
L'occupazione segue quella del PAC di via Palestro dello scorso 3 dicembre, ad opera dello stesso collettivo, che ha causato anche un blocco alla mostra Pixar.
In dicembre il collettivo manifestava contro il taglio dei fondi per l'arte e lo spettacolo.
Le motivazioni dell'occupazione della torre Galfa sono immutate, ma in aggiunta, il collettivo avanza un'interessante proposta: l'utilizzo della torre per la creazione di un centro aperto a tutti, per la realizzazione di spettacoli, performance artistiche ed eventi culturali. L'iniziativa promossa prende il nome di Centro MACAO.
"Si potrebbe anche pensare di volare" è lo slogan che campeggia sullo striscione lungo alcune decine di metri, calato dai manifestanti sulla facciata della torre.
E perchè no?
Potremmo anche pensare di volare, sostenendo l'iniziativa, estorcendo allo stato o agli altri centri di potere degli spazi simbolici, come irrisorio risarcimento per il mancato sostegno allo spettacolo e all'arte, abbandonati a se stessi in un paese alla deriva!
Ecco il post sul blog del collettivo dei lavoratori dello spettacolo e dell’immateriale.
venerdì 24 febbraio 2012
Vi presento Alberto, in arte Sand!

L’opera degli artisti di strada, più comunemente e superficialmente spesso etichettati con la parola “writers” , che come al solito nella versione italiana è anche peggio, “graffittisti”, è alla ribalta da alcuni anni negli ambienti consolidati dell’arte contemporanea.
A Milano sono in corso diversi, più o meno timidi, tentativi di riconoscimento nell’ambiente artistico cittadino, con alcune interessanti manifestazioni.
Solo per citare alcuni eventi recenti, è sorprendente il lavoro svolto presso il binario 21 della stazione di Milano Porta Garibaldi, verso il Quartiere Isola, oggetto negli ultimi mesi di numerosissime trasformazioni, al fine di una riqualificazione dell’area, che hanno come protagonista le opere d’arte degli artisti di strada. Per dettagli sul progetto "Esco ad Isola", ancora in corso di realizzazione, si faccia riferimento al sito ufficiale in cui ci sono anche alcune immagini delle opere già realizzate.
Da segnalare anche la mostra in corso, purtroppo soltanto fino a domenica 26 febbraio, presso il Museo del Novecento, in cui sono esposte, tra le altre, le opere dello street artist Ozmo.
Di alcuni anni fa è invece la pubblicazione “I graffiti del Leoncavallo”, un volumetto contenente una raccolta di graffiti che decorano la zona del Leoncavallo a Milano e non solo, realizzati nel corso di alcuni decenni. In copertina un’opera di Ozmo, ma all’interno anche alcune delle opere di un emergente artista milanese, Alberto Silva, in arte (street art e non solo) SAND!
Alberto Silva parte dall’arte di strada, realizzando alcuni graffiti dalla forte esperienza estetica e dal linguaggio estremamente contemporaneo, fornendo un importante contributo alla nuova stagione artistica espressa dalla street art.
Ma la produzione più recente di Alberto Silva traduce la frequentazione delle moderne metropoli e gli estemporanei tentativi di creatività in una nuova espressione artistica che ha come soggetto alcuni paesaggi urbani, soprattutto statunitensi, ma sono in corso di produzione alcune tele con soggetto milanese.
La tecnica impiegata in queste opere più recenti dell’artista è quella dello stencil. Scelto un soggetto, Sand separa lo stesso in una sequenza di toni attribuendo ad ogni tono una mascherina realizzata con un foglio d’acetato. Ogni mascherina è predisposta e tagliata completamente a mano. La sequenza può essere dettata dall’immagine di partenza o dalla fantasia, fino a suddividere idealmente il soggetto di partenza in una serie di livelli, o layers per gli appassionati del cad.
Attribuito ad ogni livello un colore, Sand li sovrappone sulla tela, o su supporto murario, in maniera consequenziale, rispettando l’immagine già costruita nella mente o reinterpretandola, ri-costruendo il paesaggio urbano, dopo averlo “smontato”, utilizzando per spruzzare il colore, la materia prima che meglio si adatta ad uno street artist, ovvero le bombolette nitro.
Riferimento bibliografico:
A cura di Vittorio Sgarbi, Alessandro Riva e Davide Atomo Tinelli, “I graffiti del Leoncavallo”, Ed. Skira, Milano 2006 ( in vendita anche on line sul sito Skira )
Per contattare Alberto Silva: thecityofmydream@hotmail.it che sarà presto on line con un sito ufficiale.
domenica 15 gennaio 2012
Pranzo con vista
L'architettura si fa spettacolo e spettacolarizza la città!
Siamo a Milano, ovviamente, dove è stato di recente inaugurato "The Cube", un temporary loft che si staglia nel cielo della città, subito accanto al simbolo meneghino per eccellenza, la Madonnina. Il volume è lì comodamente adagiato sul tetto dell'edificio della Galleria Vittorio Emanuele, a sorvegliare la piazza da una posizione dominante.
Il nome porta fuori strada. Infatti, non è affatto cubico questo volume comparso in Piazza del Duomo il 19 dicembre scorso. Ha piuttosto una forma che fa pensare alla leggerezza degli animali del cielo, e contribuirà, soltanto fino al 26 Aprile 2012, a disegnare lo skyline della città.
E’ un padiglione itinerante, che è stato realizzato dalla “Electrolux” e fa il giro del mondo, nei posti più in vista del pianeta.
Una superficie utile di appena 150 mq, per il piccolo edificio completamente vetrato verso la città, realizzato in corian, attrezzato con le più moderne macchine Electrolux, a disposizione degli chef che si avvicenderanno nel periodo della permanenza meneghina, per un ristorante con soli 18 posti a sedere.
Un’esperienza per pochi, in tutti i sensi!
Il design è scandinavo, ma almeno in questa location, la vista è assolutamente “made in Italy”, per una nuova percezione della città! Non stona, anzi, sembra davvero, sentirsi a proprio agio il candido uccello venuto dal nord.
Uno spettacolo temporaneo, per fortuna o purtroppo?
Per vedere altre immagini dell'edificio e per soddisfare la curiosità:
http://www.electrolux.it/Cube/Milan/
mercoledì 16 novembre 2011
Restauratori o conservatori?
Dopo averla a lungo studiata e cercata nei volumi e nelle monografie più accreditate, mi imbatto per caso in quella che può essere sicuramente considerata una tra le più chiare, lapalissiane e inequivocabili definizioni della discussa differenza tra restauratore e conservatore.
La riporto in maniera integrale, nella speranza che susciti in coloro che la leggeranno la stessa stupita approvazione e condivisione.
Mi urla nell'auricolare che "gli amatori delle auto d'epoca si dividono in due categorie: i restauratori e i conservatori". Grido che non capisco, e oltre tutto la cosa non mi pare di grande aiuto per uscire dal monsone. L'altro insiste: "Semplice: i restauratori impermeabilizzano! Verniciano! Chiudono per bene ogni fessura! Rendono tutto più felpato e confortevole! Chiaro?"
Chiaro, e perfettamente inutile.
"Invece i conservatori lasciano tutto così com'è. Sostituiscono il pezzo e basta. Chiaro?"
Chiaro, abbiamo capito che il proprietario della Topo appartiene alla seconda confraternita.
"Se avessi impermeabilizzato le fessure", gracchia al telefono il Righi Roberto mentre ormai ci piove nelle mutande, "l'auto avrebbe perduto la cosa fondamentale: l'odore. Non sarebbe più la Topolino."
E se l'odore di cui si parla fosse la consistenza materica tanto rincorsa e protetta, tanto venerata, quanto trascurata?
Forse la definizione di questa differenza profonda tra le due categorie l'avevo soltanto cercata nel posto sbagliato, e dovevo aspettare di imbattermici per caso, nella lettura spensierata d'altri argomenti, per capirla fino in fondo e farla mia.
da "La leggenda dei monti naviganti", Paolo Rumiz, Ed. Universale Economica Feltrinelli, pag. 250.
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sabato 22 ottobre 2011
E' l'America il posto. E tanto basta.

Sono andata a vedere “This must be the place” il giorno in cui ho finito di leggere “Americana”, romanzo di esordio del grandioso Don DeLillo. Sarà pure una coincidenza, ma allora è fortunata.
Il film e il libro sono entrambi la narrazione spettacolare del sogno americano, della ricerca di se stessi e del viaggio di espiazione/redenzione attraverso le lande sterminate dell’America.
Cheyenne (uno Sean Penn da Oscar) è un uomo di successo, profondamente depresso, che si appiglia all’occasione sfortunata che lo porta in America, per compiere il suo viaggio di ricerca introspettiva attraverso i paesaggi sterminati di quel paese, le praterie, i distributori completamente deserti, i motel dalle nuance così scontate.
Vedere il film, avendo ancora così chiara nella mente la narrazione di DeLillo, è stato come se le parole venissero fuori dal libro e diventassero immagini a colori: come se il viaggio di Cheyenne fosse anche un po’ quello di David Bell, protagonista di Americana.
David lascia il suo posto da manager, e parte per un viaggio senza biglietto di ritorno, nell’America più lontana, quella più autentica e meno blasonata.
David Bell deve allontanarsi dalla sua quotidianità per ritrovarsi e per capire che quello che è diventato non è coincidente con quello che vorrebbe essere. Mentre Cheyenne deve rincorrere il passato del padre, per crescere, finalmente, e diventare uomo.
“Quella via era un luogo totalmente americano, monumento alla nostalgia collettiva: leggevamo ad alta voce le insegne dei negozi e guardavamo i fotogrammi patinati nelle bacheche fuori dai cinema. Nessuno ci conosceva e noi non ci conoscevamo.” Sono le parole di David, ma ci parlano anche di Cheyenne, la rock star figlia di uno spettacolare Sorrentino.
In sostanza, ci sono tutti gli stereotipi del mondo americano sia nel libro che nel film. Quello che non si riesce a credere è come nel film a raccontarceli così sapientemente sia stato un napoletano del Vomero!
Belli entrambi questi racconti, anche se alla fine lasciano con il sospetto di aver voluto raccontare troppo: troppe storie che si intrecciano, troppi personaggi e tutti troppo sfaccettati, e lasciano nella sensazione che forse di facce e di storie ne sarebbero bastate anche la metà, per entrare nelle viscere di questo paese.
E’ questo forse a rendere lenta la narrazione del viaggio di redenzione di David Bell e quello di crescita di Cheyenne. Ma quello che me li fa piacere così tanto è che alla fine tutti e due centrano l’obiettivo, e imboccano la strada che vogliamo vederli percorrere.
“L’America può essere salvata solo da ciò che cerca di distruggere.” Continuiamo a percorrere questo sogno americano, che seppur stereotipato, stropicciato, saturo di icone, troppo spesso privo di emozioni, conserva la sua eccezionalità. Solo così potremmo sperare che anche l’America, non più solo gli americani, possa partire per il suo viaggio di espiazione e introspezione, e perché no, anche ritrovarsi, e riscoprirsi così com’è “… il paese più strano, favoloso e pazzesco della storia.”
Riferimento bibliografico:
“Americana”, Don DeLillo, Einaudi, Torino 2008 (prima edizione americana 1971), traduzione italiana di Marco Pensante.
http://www.mymovies.it/film/2011/thismustbetheplace/ Trailer di “Must be the place”
http://www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/137/cafelib.htm Scheda di Americana.
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lunedì 3 ottobre 2011
Paolo Rumiz e la spina dorsale dell'Italia

Paolo Rumiz in “La leggenda dei monti naviganti” parla delle montagne italiane, struttura portante, colonna vertebrale di questo paese. Parte per un viaggio attraverso di esse, che dura 8000 km. Il viaggio vede il suo incipit, quasi simbolicamente, nel Golfo del Quarnaro (Fiume) e termina nel punto più meridionale della penisola, dove è ancora Appennino: a Capo Sud!
E’ un viaggio lungo l’Italia che parte dal mare e finisce al mare.
Paolo Rumiz è un saggio viaggiatore. Non lo si può definire turista, e chi conosce la differenza tra i due termini, sa cosa intendo. Ed è anche un narratore di viaggi, che spesso mi accompagna alla scoperta dei luoghi più reconditi di questa nostra terra vertebrata. Lo aveva già fatto con il suo spartano “viaggio in seconda classe”, attraverso le ferrovie dimenticate, soppiantate dalle “frecce” che l’arco delle FFSS ha saputo regalarci.
Rumiz è in grado di raccontare gli aspetti più autentici e semplici dei luoghi, che spesso non riusciamo a intrappolare nelle nostre macchine fotografiche, perché poco accorti, e troppo presi dalla velocità.
Egli viaggia l’Italia con il tempo dovuto, annotando sul taccuino gli incontri speciali e le tappe del percorso. E nel suo viaggio lungo l’Italia incontra numerose storie da narrare e numerosi narratori d’eccezione: e ci regala i suoi preziosi confronti con Mario Rigoni Stern, con Francesco Guccini e con Vinicio Capossela.
Quest’ultimo gli racconta la sua Irpinia, in un percorso che mi è familiare, ma lo è di più, sicuramente, il racconto del mio Matese e del mio Sannio, negli ultimi capitoli del testo, dove peraltro, tratta il delicato tema della transumanza e della triste fine di questa millenaria pratica attraverso i tratturi che solcano l’Appennino.
Rumiz peraltro si confronta di nuovo con questo territorio nel testo “Quota mille”, per le foto di Francesco Fossa, in cui aggiunge preziose righe a corredo di immagini già fin troppo eloquenti.
Così dice a proposito del Matese: “Tira un vento gelido, sui monti del Matese, e sulle Mainarde è nevicato fino a bassa quota. (…) Tutt’intorno, cime aguzze dal nome eloquente di Pinna, Pizzo e Capa. (…) Intorno, commensali dalle facce sannite, razza osco-umbra, silenziosa e chiusa nella sua lingua stretta da montanari”, parla del Molise, ma a un matesino del versante campano, è una frase che calza a pennello!
Riferimenti bibliografici:
Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti”, Feltrinelli, 2007.
Paolo Rumiz, L'Italia in seconda classe, Feltrinelli, 2009.
Francesco Fossa, con scritti di Paolo Rumiz, “Quota mille”, Edizioni Punctum, 2010
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sabato 24 settembre 2011
Sono un pezzo di Hangar

L’Hangar Bicocca è da alcuni anni il centro milanese d’eccellenza per l’arte contemporanea e si candida a livello internazionale ad essere tra i più importanti poli di sperimentazione dedicati all’arte contemporanea e alla creatività. E’ un luogo in cui la creatività si esprime attraverso tutte le sue forme: danza, musica, teatro, pittura, scultura, e tutte le espressioni artistiche che si possano immaginare.
Nell’ex area Ansaldo, nella zona Bicocca di Milano, nell’edificio in cui si producevano bobine per i motori elettrici dei treni, è stato collocato questo enorme contenitore dell’arte: 15.000 mq, restituiti alla città nell’ambito del progetto di recupero delle aree che un tempo erano occupate dalle fabbriche del gruppo Pirelli.
Opera che si identifica con l’Hangar fino a caratterizzarlo e distinguerlo in Italia e all’estero è la monumentale installazione permanente di Anselm Kiefer dal titolo “Sette Palazzi Celesti”, che si inserisce magistralmente nell’immensità di questi spazi.
Il calendario delle mostre e degli eventi è sempre fitto e interessante e l’accoglienza del bistrot dell’Hangar rende ancora più intrigante la visita, con gli arredi marcatamente vintage e l’atmosfera squisitamente datata.
L’Hangar è un posto frizzante nella realtà milanese che strizza l’occhio alle realtà straniere di picco nella diffusione, promozione e valorizzazione dell’arte contemporanea.
E’ possibile sostenere l’attività di questa officina dell’arte acquistando il proprio pezzo di Hangar.
Sul sito www.hangarbicocca.it tutte le istruzione per farlo. Io ho già comprato il mio pezzo di Hangar!
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domenica 11 settembre 2011
Lo Stato non si occupa dei propri tesori
Il Federalismo Demaniale è legge dello stato (Legge 42/2009) ma è cronaca di questi giorni il mancato accordo tra stato, comuni e altri enti locali, circa l’attribuzione (non onerosa) dei beni demaniali a tali enti. Senza entrare nel merito delle questioni politiche e locali, per le quali non ho le competenze e neanche la voglia di annoiarvi, mi preme particolarmente sottolineare il disastro, peraltro non celato e sotto gli occhi di tutti, dei beni demaniali che versano in uno stato pietoso, e che a dispetto della sopracitata legge dello stato, non possono essere restaurati dagli enti locali che di fatto ne usufruiscono o ne vorrebbero usufruire.
Sono molteplici i casi di edifici storici di estremo interesse architettonico oltre che di incommensurabile valore storico – artistico che versano in avanzato, e talvolta irrecuperabile, stato di degrado. In taluni casi, si assiste ad un vero e proprio abbandono, da parte degli enti locali, sobbarcati dalle spese della gestione ordinaria della cosa pubblica.
L’aspetto più clamoroso di questa storia tutta italiana è che, anche in presenza di fondi da destinare al restauro di questi immobili prestigiosi, gli enti che li hanno in gestione hanno le mani legate e non ricevono dallo Stato il permesso di occuparsene.
Le immagini che condivido con voi sono di uno dei tesori d’Italia, tuttora di proprietà demaniale, in fase di cessione ad un comune, per attuazione della suddetta legge sul federalismo demaniale, ma in stato di avanzato degrado, con perdita già in atto di alcune preziose porzioni, sul quale però non si può intervenire nonostante la presenza di finanziatori privati interessati a contribuire e nonostante la previsione di spesa dell’intervento già fatta dal comune che lo gestisce.
E’ una delle storie tristi tra le tante che si possono raccontare a cui spero si possa porre fine in tempi brevi e della quale mi auguro di potervi raccontare nei prossimi mesi un lieto fine che mi veda coinvolta in prima persona.
domenica 4 settembre 2011
Il Festival delle Arti Performative arriva al Maga
Gli acronimi nell’ambito dei musei d’arte contemporanea, in Italia e all’estero, si sprecano.
Il Maga, aperto di recente nella città di Gallarate, in provincia di Varese, non poteva di certo sottrarsi a questa tendenza. Maga sta per Museo Arte Gallarate, e la visita è caldamente consigliata.
Oltre all’interessante mostra permanente della collezione del museo, dal 2009 ad oggi si sono susseguite mostre di altissimo livello, con le opere di nomi tra i più grandi pittori, scultori, fotografi e artisti del Novecento e contemporanei.
Il Maga ospiterà a partire dal 21 settembre e fino all’8 ottobre prossimi “Performazioni”, il Festival delle Arti Performative, che vede in mostra le opere dei maggiori protagonisti contemporanei della ricerca nel campo delle arti performative. Si tratta di un’importante occasione per la diffusione della “Performance Art” che coinvolge una serie di operazioni artistiche quali la danza, il cinema, il teatro, il video e la poesia, che vicendevolmente si influenzano e interagiscono con un altro elemento di primaria importanza: la presenza del pubblico. Quest’ultimo è certamente l’aspetto peculiare delle arti performative. L’interdisciplinarità e il coinvolgimento dello spettatore al centro di un’espressione artistica che non produce oggetti ma sensazioni, emozioni, impressioni.
Il Festival delle Arti Performative è certamente un’ottima occasione per far visita al Maga.
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mercoledì 10 agosto 2011
Alta Irpinia toccata e fuga
In Campania c'è una terra che ha molto da raccontare: c'è un'Irpinia che non ti aspetti e una che preferiresti non trovare. Questo mio racconto attraverso l'Irpinia parte dal casello autostradale di Lacedonia e si inerpica attraverso il paesaggio costellato di pale eoliche. Questa è l'Irpinia che non avevo messo in conto, e che stupisce positivamente e fa riflettere circa i dibattiti sempre accesi, soprattutto nei salotti delle soprintendenze italiane, sull'impatto delle energie alternative sul nostro paesaggio agrario. La quantità di pale è sorprendente e ci comunica, qualora non ce ne fossimo già accorti, che in questo posto è il vento a farla da padrone. Inutile provare a resistergli: le nostre teste sono già scapigliate e gli steli dell'erba dorata sono lì a frusciare per noi!
Le pale, questi “mostri” giganteschi, con le loro ombre laconiche che si stagliano sulla terra, sono dei metafisici uccelli preistorici che ci accompagnano fino ai borghi più sperduti, che abbiamo deciso di visitare. Siamo diretti a Monteverde, e sono le 10:00 del mattino, ma prima di incontrare una sola macchina dobbiamo percorrere almeno 20 chilometri. Non ci dispiace, ci fa sentire dei privilegiati. Il paesaggio è di una bellezza mozzafiato: è disegnato dai campi dorati e dal vento.
Dopo una breve sosta a Monteverde ci dirigiamo verso Aquilonia, e a sorprenderci lungo il percorso che conduce al Lago San Pietro è il borgo abbandonato di Carbonara.
Il terremoto del 1930 ha costretto le persone a scappare, a cercare un nuovo posto in cui (ri)fondare la propria esistenza, non lontano, ma comunque altrove, partendo da zero.
Alcuni dei vecchi edifici del borgo antico sono stati restaurati e il sito è liberamente visitabile: e noi non ci tiriamo indietro.
Dopo questa breve puntata tra stipiti divelti, solai crollati, portali lasciati in piedi a mo' di quinta teatrale, sul paesaggio intorno, ci dirigiamo verso Sant'Angelo dei Lombardi: non possiamo rinunciare ad una visita all'Abbazia del Goleto, tra i siti architettonici di maggiore interesse di tutto il meridione d'Italia.
Infine, si è svelata ai nostri occhi l'Irpinia che non avremmo voluto trovare, quella che attribuivamo a racconti datati, quella che speravamo fosse solo un brutto ricordo. La visita dell'area archeologica dell'antico abitato di Conza della Campania non è possibile: il sito è chiuso, non “per ferie” e neanche per chiusura settimanale. Lo è perché in Irpinia il turismo è ancora diroccato, come quelle case abbandonate in tutta fretta e lasciate ancora lì così.
Non sono bastati 30 anni a cancellare il dolore, il disastro, le macerie, i crolli. Le persone hanno trasferito non molto lontano le loro vite, in nuove case, più confortevoli di quelle che avevano: ma il cadavere di quelle precedenti giace ancora lì sul colle che le sovrasta!
martedì 2 agosto 2011
La Grotta di San Michele Arcangelo a Gioia Sannitica
A Gioia Sannitica, in località Curti, a quota 450 m s.l.m. è presente una piccola chiesa rupestre d'epoca longobarda dedicata al culto di San Michele Arcangelo. L'area, più che una vera e propria grotta, è quasi un riparo sotto la roccia, in cui con la realizzazione di costruzioni murarie si è ricavata una zona pianeggiante ove sono localizzate un’edicola affrescata, un altare e dei gradini di accesso alla vera e propria cavità naturale, protetta a sua volta da un muro affrescato e da una porta in legno. In seguito ad un restauro condotto negli anni scorsi, che ha reso fruibile l’ambiente e leggibili alcuni affreschi che erano coperti da stucchi ridipinti, attualmente la grotta si presenta in discreto stato di conservazione.
All’ingresso l’attenzione è attirata dalle immagini che ricoprono completamente la parete in alto. Le figure sono contornate da una cornice. La raffigurazione è interrotta da alcune lacune e dalla porta d’ingresso alla cavità vera e propria, che è incorniciata con una fascia rossa.
Lo sfondo in basso è realizzato con una fascia gialla, su cui si ha un’area azzurra alta quanto un terzo delle figure, che sono a grandezza reale (alte circa 1,70 m), e quindi con un’ampia fascia nerastra in alto. Due motivi geometrici chiudono la raffigurazione in alto a sinistra e in basso a destra.
Al centro della scena è dipinta la Madonna, con le braccia alzate verso il cielo, in atteggiamento tipico da orante. Il volto si caratterizza per gli occhi rotondi, grandi, con sopracciglia in bruno, che scendono a delineare il naso, e per i pomelli rossi delle guance. A destra della Madonna Orante è posizionato l’Arcangelo. Presenta le ali gialle, e i vestiti giallo e azzurro, le ali sono coperte da un mantello blu e sono gemmate in basso. Le mani sono protese in avanti all’altezza del torace, e lo sguardo è rivolto alla Madonna.
A sinistra della Madonna è presente un santo che occupa tutto lo spazio restante fino alla roccia. Nell’aureola rossastra spicca il volto, caratterizzato dai pomelli e dalle rughe sulla fronte in rosso, e dalle sopracciglia nere, che si prolungano in basso ad evidenziare il naso prominente. Il santo indossa una tunica giallina, con panneggio evidenziato in azzurro, coperta da una casula rossa con drappeggio in nero e bianco.
Al di sopra della porta, larga circa 85 cm, è presente una lunetta, delimitata da una cornice che ricopre quella più antica, in cui è raffigurata la Madonna con Bambino e due Angeli. Sullo sfondo si apprezzano motivi fitoformi in blu.
Il muro lungo circa 3 metri è realizzato in conci di tufo grigio – nerastro nei pressi della porta, a formare gli stipiti, e in bozze di tufo e scapoli di calcare legati con malta dura, grigiastra con piccoli inclusi calcarei.
L’edicola votiva è quasi emisferica, e misura circa 1,70 m per 1,80 per 1,00 e si colloca a destra dell’ingresso del recinto sacro. Gli affreschi dell’edicola sono stati di recente restaurati e messi in evidenza, togliendo parte degli intonaci che li ricoprivano. La cappella votiva di fronte all’ingresso presenta una tipica copertura a capanna, costituita da un manto di coppi sovrapposti.
Il pavimento è in pianelle quadrate di cotto di dimensione 30x30 cm, delle quali è però difficile ipotizzare l’epoca di posa in opera. Le immagini della grotta di Curti potrebbero essere dovute a due mani differenti, di cui una capace di una maggiore intensità cromatica.
Le immagini della lunetta sono chiaramente successive, mentre tutte le altre si rifanno sicuramente ad una tradizione bizantina, che trova riferimenti in affreschi della fine dell’XI e XII secolo, in area campano – laziale. Si tratterebbe quindi di opere di buon livello da inserire tra la metà e la fine del XII secolo. Le iscrizioni dedicatorie sono generiche e non aiutano alla datazione. Sono comunque un esempio di cicli pittorici molto frequenti nell’area del Medio Volturno.
L’ultimo intervento di restauro è stato realizzato nel periodo 2000 – 2001, su progetto dell’Arch. Enrico D’Anna e ad opera della restauratrice Clotilde Palombo. La grotta è aperta e visitabile tutto l’anno. E’ possibile raggiungerla solo a piedi e purtroppo non è accessibile ai diversamente abili.
Bibliografia:
In “Annuario 2003”, Associazione Storica del Medio Volturno, Edizioni ASMV, Piedimonte Matese 2003, “Nota sugli affreschi medievali della Grotta di San Michele a Curti”, di Luigi Di Cosmo, pagg. 49 – 62
In “Annuario 1993”, Associazione Storica del Medio Volturno, Edizioni ASMV, Piedimonte Matese 1993, “Le grotte sacre del Medio Volturno”, di Dante B. Marrocco, pagg. 187 – 218
Inoltre è presente un mio articolo sul sito della Proloco di San Gregorio Matese sul tema del Culto di San Michele Arcangelo nel territorio del Parco Regionale del Matese. Ecco il link!
lunedì 11 luglio 2011
Senza architettura?

Che gli architetti non sempre vadano d’accordo con la grammatica e la sintassi della lingua italiana è ormai cosa nota e stantia e le librerie italiane sono piene di tali testimonianze. Spesso poi le archistar si accusano vicendevolmente di non essere all’altezza di farlo, e finiscono per discutere di quello più animatamente dei problemi che affliggono la nostra architettura italiana contemporanea. E’ quello che è successo anche di recente sulle pagine de “Il Fatto Quotidiano”.
Questo post, infatti, prende spunto da un articolo, che a latere dell’argomento principale, ovvero la crisi degli architetti italiani, parlava anche di ciò: della loro ostilità nei confronti della scrittura!
Autore dell’articolo a cui mi riferisco è Luigi Prestinenza Puglisi, ed è stato pubblicato nel supplemento “Saturno” dedicato alle arti, de “Il Fatto Quotidiano” di venerdì 8 luglio 2011.
Prestinenza Puglisi analizza la tesi di Pippo Ciorra sviscerata nella sua ultima fatica letteraria pubblicata di recente da Laterza, “Senza Architettura. Le ragioni di una crisi”.
Il libro di Pippo Ciorra, curatore tra l’altro della sezione architettura del nuovissimo Maxxi romano, espone la gravità della crisi in cui soccomberebbe, a sui avviso, l’architettura italiana contemporanea.
La tesi è peraltro banale e trova numerosissimi paralleli negli altri ambiti della cultura e della società, e sostiene che, quando si tratta dei settori della creatività e delle espressioni artistiche, il nostro paese incontri sempre delle serrate resistenze alla diffusione dell’innovazione.
Ma una conclusione di questo tipo rischia di ridurre al nocciolo, peraltro un po’ “smangiucchiato” ed eroso la annosa questione.
Si cade spesso nella banale osservazione per cui sotto il cielo d’Italia non si costruisca niente di nuovo e si finisce per banalizzare ulteriormente la questione affidandone la responsabilità all’abbondanza di architetti, alla cattiva preparazione degli stessi, alla fallimentare organizzazione delle facoltà di Architettura disseminate in lungo e in largo per lo stivale, alla mancanza di occasioni appetitose (leggi “concorsi di idee”) in cui esprimere al meglio la propria inventiva, ma probabilmente non è proprio così se si osserva la questione dal punto di vista, molto accorto, di Prestinenza Puglisi.
Se provassimo infatti ad allungare il naso un po’ oltre i confini della nostra “Italietta” , ci potremmo accorgere che la creatività degli architetti italiani non è così deprimente come Ciorra vorrebbe farci credere.
I progettisti italiani sempre più spesso negli ultimi anni riescono a spuntare all’estero incarichi di successo e notevole prestigio. Si pensi a quanto hanno costruito negli altri paesi Renzo Piano e Massimiliano Fuksas, ma anche alcuni gruppi e progettisti singoli più giovani e più “freschi”, come Mario Cucinella, Michele De Lucchi, Matteo Thun, Cino Zucchi o Italo Rota. E i risultati dei concorsi più recenti testimoniano che presto avremmo altri edifici a firma italiana nei posti maggiormente in vista del continente.
Inoltre, è vero anche un altro aspetto: non sempre la buona architettura italiana va ricercata dietro le grandi firme. E solo affinando un po’ il nostro spirito di curiosità si possono scorgere nella provincia italiana edifici di notevole pregio seppur non griffati!
Si corre il rischio di stare dietro sempre ai soliti nomi e di trascurare il resto che potrebbe rappresentare la parte più interessante.
Il fatto è, a mio modesto parere, che forse la cultura architettonica contemporanea vicina al mondo accademico, è in Italia ancora troppo legata a quello che è successo nel secolo scorso. E uno dei sintomi più eclatanti di ciò è che, sebbene di indiscutibile insegnamento, si facciano vedere agli studenti sempre e solo le solite cose: se i corsi di composizione architettonica delle facoltà italiane la smettessero di ruotare esclusivamente intorno ad Aldo Rossi, Giorgio Grassi, Vittorio Gregotti, Franco Purini, e affini, forse riusciremmo a vedere il bello e il nuovo che già ci circonda!
Il paese non è “senza architettura” e, i numeri lo dicono, neanche senza architetti. La soluzione per il ritorno dell’architettura in Italia non passa attraverso la commissione di progetti faraonici alle archistar contemporanee, nella speranza di vedere replicato il successo che Bilbao ha riscosso dopo la costruzione del museo Guggenheim.
Un atteggiamento di questo tipo finirebbe solo per tagliare fuori dal mercato locale le generazioni più giovani che a ragion veduta vanno ad esprimersi in posti maggiormente aperti alle nuove idee.
Bisogna puntare sui giovani, affidando loro il cambiamento verso una radicale ridistribuzione del potere culturale e accademico, che sappia guardare alla sensibilità e al coraggio delle istituzioni e dei committenti, nazionali e internazioni, piccoli e grandi, pubblici e privati, e alle scelte imposte dalla realtà in cui viviamo, come la sostenibilità ambientale e la riduzione del consumo di suolo.
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lunedì 27 giugno 2011
Bagnoli: dal bianco e nero ai colori

L’immagine in bianco e nero qui sopra è stata scattata il 26 Agosto 1956 e i felicissimi sposi ritratti sono i miei nonni materni, Assunta Sarnataro e Antonio Stanzione.
L’immagine che si scorge alle loro spalle, stagliandosi in maniera inconfondibile è il panorama del promontorio di Nisida, e, sulla destra dell’immagine, il sito dell’ex Italsider a Bagnoli, Napoli, in fervente attività.
I primi insediamenti industriali dell’area risalgono addirittura alla metà dell’Ottocento, con la fondazione degli stabilimenti di Lefevre e della vetreria Melchiorre Bournique.
Nei primi decenni del Novecento si insediano nell’area anche i principali marchi che producono acciai, la cui richiesta vede un incremento notevole in occasione dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Nel corso dei decenni successivi si assiste ad una crescita smisurata degli insediamenti industriali nell’area, che coinvolgono un’intera zona della città, compresa la realizzazione degli edifici per le funzioni annesse, come le residenze per gli operai impiegati nelle fabbriche.
Nel 1964 le vecchie acciaierie presenti sul sito modificano il loro nome in Italsider Spa. E questo nome segna poi la storia futura, compresa quella più recente, dell’area, oltre che le vite delle migliaia di operai coinvolti nella storia e nel triste epilogo dell’azienda.
Il periodo a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90 vede infatti la cessazione di tutte le attività produttive delle aziende presenti sull’area e comincia una prima fase di abbandono che per certi versi prosegue ancora oggi.
Per esaminare tutte le tappe della storia del sito e delle fabbriche insediate si raccomanda di visitare la pagina Bagnoli Futura, e in giro per la rete sono presenti numerosi altri siti che analizzano questi aspetti.
La storia di Bagnoli si inserisce in un fenomeno ben più ampio che ha rilevanza nazionale e internazionale, che parte con l’abbandono e la dismissione delle più grandi aree industriali sorte a partire dalla fine dell’Ottocento e sviluppatesi per tutto il Novecento, e si conclude nei casi più felici con il loro recupero.
In Italia, i casi di conclusione felice del recupero di aree industriali dismesse sono davvero pochi, e la maggior parte degli urbanisti annovera tra questi il caso del quartiere della Bicocca a Milano, considerato dall’insigne urbanista, Leonardo Benevolo, come l’unico successo nello scenario della pratica del recupero delle aree industriali dismesse. Questo fenomeno è a suo dire gravemente condizionato da processi di valorizzazione speculativa che spesso lasciano pochissimi margini alle singole scelte progettuali. L’architettura diventa un ornamento secondario, anche quando si mobilitano i grandi nomi. A volte, purtroppo si ha la sensazione che queste parti di territorio comunale diventino il cardine di un affare edilizio che neghi la strategia urbana motivata da una necessità sociale e di organizzazione coerente dello spazio urbano.
Per qualche decennio nelle sedi politiche campane, e napoletane in particolare, si è continuamente discusso di recupero dell'area di Bagnoli con un occhio privilegiato al problema occupazionale vagheggiando un nuovo ciclo economico attorno a progetti turistici, immobiliari e talora volgarmente speculativi . I politici di turno ad ogni elezione sparavano proposte sempre "molto originali": un porticciolo turistico, un casinò, una grande area alberghiera etc... Tuttavia e per fortuna i molti nodi da sciogliere, le incertezze politiche, la poca chiarezza di prospettive hanno sempre frenato una progettualità concreta sul problema della bonifica. Poi il progetto di recupero ambientale dell'area di Bagnoli – Coroglio è arrivato.
Il caso partenopeo è per certi versi paragonabile a quello milanese della Bicocca, sia per quel che riguarda la dimensione fisica che per il tessuto culturale che guida l’operazione, ma le vicende che lo riguardano sono più complesse, quasi sicuramente a causa dell’assenza di un unico attore privato che segua lo sviluppo della vicenda, come è invece accaduto con la Pirelli a Milano.
Il processo di recupero dell’area di Bagnoli non si può dire ancora concluso e per molti aspetti è in grave ritardo rispetto alle aspettative.
La speranza è che rispetto all’occasione rappresentata dalle circostanze il tutto non si concluda con un “nulla di fatto” per le persone che ormai da decenni aspettano di vedere conclusa positivamente la vicenda.
Non resta che aspettare che un pezzo di città venga definitivamente e completamente restituito ai napoletani!
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venerdì 10 giugno 2011
Tutti i colori dell'Isola di Arturo
Esiste un Mediterraneo autentico, spavaldo e timido al tempo stesso, ignaro del resto del mondo. Si annida nel borgo dei pescatori della Corricella, nelle trame delle reti da pesca, negli alveoli della sua pietra vulcanica, nella sabbia delle spiagge, nei vicoli e nelle scalinate che precipitano verso il mare, nella vegetazione rigogliosa, nelle facciate consunte, nelle tinte sbiadite, nei volti arsi dal sole, nel dialetto che è poesia cantata.
Si scopre questo Mediterraneo percorrendo in lungo e in largo l’Isola di Procida. E’ un Mediterraneo dal sapore contaminato, con sfumature di aromi lontani, di altre terre visitate in passato, sapori africani, napoletani, genovesi, portoghesi …
Si approda sull’isola provenendo da Napoli e ad attendere al porto c’è una colorata accoglienza che mette allegria anche nelle giornate più grigie.
"Un allineamento di case alte, di tutti i colori, strette come una barricata con tante arcate chiuse a mezzo, come strizzassero un occhio. E sopra un verde intenso prepotente, quasi selvaggio, tanta è la forza dei tralci: viti e limoni. Questa prima immagine di Procida si estende a tutta l’isola che è piccola, ma tutta diramata in tentacoli, come i polpi che ancora abbondano nei suoi mari" (Cesare Brandi).
Bisogna visitare Procida per conoscere una Campania sana, che ha voglia di fare e di farsi conoscere, lontana dai riflettori mal attratti che puzzano di marcio sempre puntati su Napoli e da quelli chic di Capri o di Ischia.
Bisogna vedere questo posto per capire che la Campania ce la può fare, mettendocela tutta.
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giovedì 2 giugno 2011
Salviamo l'Architettura Italiana del secondo Novecento

Il Decreto Legge n. 70 del 13 maggio 2011 dal titolo "Prime disposizioni urgenti per l'economia" inserisce delle modifiche sostanziali al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio che hanno come conseguenza più allarmante quella di escludere dalla tutela tantissimi preziosi esempi dell'architettura italiana del secondo Novecento, innalzando il limite temporale per la tutela dagli attuali 50 anni a 70.
Invito tutti a firmare la petizione per fermare questo scellerato provvedimento e restituire alla giusta tutela questi preziosi edifici.
E' possibile firmare la petizione, che sarà inviata direttamente al ministro Galan per impedire che il decreto legge venga definitivamente convertito e inizi a produrre i propri scellerati frutti.
Nel testo della petizione è contenuto un estratto significativo di tutti gli edifici che il decreto escluderebbe dalla tutela. E' allarmante!
Firmate, firmate, firmate! C'è tempo fino al 12 giugno.
Ecco il link.
Ringrazio l'Arch. Elena Rizzi per avermi segnalato la notizia e per la diffusione della petizione che sta operando.
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venerdì 27 maggio 2011
Il retro della città come la polvere sotto il tappeto
Il paesaggio urbano contemporaneo è fatto anche di “retri”. Tanti di questi si concentrano nei pressi delle stazioni ferroviarie, in prossimità dei grandi parcheggi di interscambio, nelle vicinanze degli aeroporti. Sono luoghi ambigui. Osservandoli si ha la sensazione di incompiutezza, continui rimaneggiamenti, riprese, abbandoni: racconti di storie. A me spesso risvegliano anche uno stato di inquietudine e richiamano alla mente l’immagine della polvere sotto il tappeto, quella che c’è anche se non la vedi, l’hai spostata ma non l’hai eliminata. Oggi a Milano è stato sgombrato un retro. I Rom dei binari morti della Ghisolfa sono stati mandati via all’ora di punta, da un assembramento di quindici camionette della polizia di stato, istruiti a dovere, possiamo immaginare bene da chi. Ma i Rom sono come la polvere sotto il tappeto, non sono spariti e stanno già cercando un altro posto dove trascorrere la notte. Loro non sono mai stati importanti, ma oggi alla vigilia di una scelta importante per la politica della città diventano strategici. Il pensiero viene stravolto, non hanno importanza le persone, non hanno importanza le difficoltà dei singoli, non si agisce per la risoluzione programmata di un problema, non se ne trova la soluzione, non si aiuta! Si mette in scena l’ultimo atto di una reclame tragicomica e fatta di colpi bassi.
Tutto l’universo obbedisce alla paura e gli orchestranti la fomentano, la suonano come il gingle di una pubblicità. Non devi pensare, non devi ragionare, devi solo collegare le cose che ti vengono dette, vedi i Rom e inizi a sentire il motivetto. Non esistono argomenti, non esistono fatti, esiste solo la promessa di tenere l’estraneo lontano dalla tua terra, come se fossimo padroni di un singolo cm di questa terra, dimenticando che siamo di passaggio e che dovremmo rispettare tutto e tutti.
Se per decenni ci siamo occupati della facciata, ora non possiamo lamentarci che il retro della città strabordi di polvere.
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