martedì 2 agosto 2011

La Grotta di San Michele Arcangelo a Gioia Sannitica


A Gioia Sannitica, in località Curti, a quota 450 m s.l.m. è presente una piccola chiesa rupestre d'epoca longobarda dedicata al culto di San Michele Arcangelo. L'area, più che una vera e propria grotta, è quasi un riparo sotto la roccia, in cui con la realizzazione di costruzioni murarie si è ricavata una zona pianeggiante ove sono localizzate un’edicola affrescata, un altare e dei gradini di accesso alla vera e propria cavità naturale, protetta a sua volta da un muro affrescato e da una porta in legno. In seguito ad un restauro condotto negli anni scorsi, che ha reso fruibile l’ambiente e leggibili alcuni affreschi che erano coperti da stucchi ridipinti, attualmente la grotta si presenta in discreto stato di conservazione.
All’ingresso l’attenzione è attirata dalle immagini che ricoprono completamente la parete in alto. Le figure sono contornate da una cornice. La raffigurazione è interrotta da alcune lacune e dalla porta d’ingresso alla cavità vera e propria, che è incorniciata con una fascia rossa.
Lo sfondo in basso è realizzato con una fascia gialla, su cui si ha un’area azzurra alta quanto un terzo delle figure, che sono a grandezza reale (alte circa 1,70 m), e quindi con un’ampia fascia nerastra in alto. Due motivi geometrici chiudono la raffigurazione in alto a sinistra e in basso a destra.
Al centro della scena è dipinta la Madonna, con le braccia alzate verso il cielo, in atteggiamento tipico da orante. Il volto si caratterizza per gli occhi rotondi, grandi, con sopracciglia in bruno, che scendono a delineare il naso, e per i pomelli rossi delle guance. A destra della Madonna Orante è posizionato l’Arcangelo. Presenta le ali gialle, e i vestiti giallo e azzurro, le ali sono coperte da un mantello blu e sono gemmate in basso. Le mani sono protese in avanti all’altezza del torace, e lo sguardo è rivolto alla Madonna.
A sinistra della Madonna è presente un santo che occupa tutto lo spazio restante fino alla roccia. Nell’aureola rossastra spicca il volto, caratterizzato dai pomelli e dalle rughe sulla fronte in rosso, e dalle sopracciglia nere, che si prolungano in basso ad evidenziare il naso prominente. Il santo indossa una tunica giallina, con panneggio evidenziato in azzurro, coperta da una casula rossa con drappeggio in nero e bianco.
Al di sopra della porta, larga circa 85 cm, è presente una lunetta, delimitata da una cornice che ricopre quella più antica, in cui è raffigurata la Madonna con Bambino e due Angeli. Sullo sfondo si apprezzano motivi fitoformi in blu.
Il muro lungo circa 3 metri è realizzato in conci di tufo grigio – nerastro nei pressi della porta, a formare gli stipiti, e in bozze di tufo e scapoli di calcare legati con malta dura, grigiastra con piccoli inclusi calcarei.
L’edicola votiva è quasi emisferica, e misura circa 1,70 m per 1,80 per 1,00 e si colloca a destra dell’ingresso del recinto sacro. Gli affreschi dell’edicola sono stati di recente restaurati e messi in evidenza, togliendo parte degli intonaci che li ricoprivano. La cappella votiva di fronte all’ingresso presenta una tipica copertura a capanna, costituita da un manto di coppi sovrapposti.
Il pavimento è in pianelle quadrate di cotto di dimensione 30x30 cm, delle quali è però difficile ipotizzare l’epoca di posa in opera. Le immagini della grotta di Curti potrebbero essere dovute a due mani differenti, di cui una capace di una maggiore intensità cromatica.
Le immagini della lunetta sono chiaramente successive, mentre tutte le altre si rifanno sicuramente ad una tradizione bizantina, che trova riferimenti in affreschi della fine dell’XI e XII secolo, in area campano – laziale. Si tratterebbe quindi di opere di buon livello da inserire tra la metà e la fine del XII secolo. Le iscrizioni dedicatorie sono generiche e non aiutano alla datazione. Sono comunque un esempio di cicli pittorici molto frequenti nell’area del Medio Volturno.
L’ultimo intervento di restauro è stato realizzato nel periodo 2000 – 2001, su progetto dell’Arch. Enrico D’Anna e ad opera della restauratrice Clotilde Palombo. La grotta è aperta e visitabile tutto l’anno. E’ possibile raggiungerla solo a piedi e purtroppo non è accessibile ai diversamente abili.




Bibliografia:

In “Annuario 2003”, Associazione Storica del Medio Volturno, Edizioni ASMV, Piedimonte Matese 2003, “Nota sugli affreschi medievali della Grotta di San Michele a Curti”, di Luigi Di Cosmo, pagg. 49 – 62

In “Annuario 1993”, Associazione Storica del Medio Volturno, Edizioni ASMV, Piedimonte Matese 1993, “Le grotte sacre del Medio Volturno”, di Dante B. Marrocco, pagg. 187 – 218

Inoltre è presente un mio articolo sul sito della Proloco di San Gregorio Matese sul tema del Culto di San Michele Arcangelo nel territorio del Parco Regionale del Matese. Ecco il link!

lunedì 11 luglio 2011

Senza architettura?


Che gli architetti non sempre vadano d’accordo con la grammatica e la sintassi della lingua italiana è ormai cosa nota e stantia e le librerie italiane sono piene di tali testimonianze. Spesso poi le archistar si accusano vicendevolmente di non essere all’altezza di farlo, e finiscono per discutere di quello più animatamente dei problemi che affliggono la nostra architettura italiana contemporanea. E’ quello che è successo anche di recente sulle pagine de “Il Fatto Quotidiano”.
Questo post, infatti, prende spunto da un articolo, che a latere dell’argomento principale, ovvero la crisi degli architetti italiani, parlava anche di ciò: della loro ostilità nei confronti della scrittura!
Autore dell’articolo a cui mi riferisco è Luigi Prestinenza Puglisi, ed è stato pubblicato nel supplemento “Saturno” dedicato alle arti, de “Il Fatto Quotidiano” di venerdì 8 luglio 2011.
Prestinenza Puglisi analizza la tesi di Pippo Ciorra sviscerata nella sua ultima fatica letteraria pubblicata di recente da Laterza, “Senza Architettura. Le ragioni di una crisi”.
Il libro di Pippo Ciorra, curatore tra l’altro della sezione architettura del nuovissimo Maxxi romano, espone la gravità della crisi in cui soccomberebbe, a sui avviso, l’architettura italiana contemporanea.
La tesi è peraltro banale e trova numerosissimi paralleli negli altri ambiti della cultura e della società, e sostiene che, quando si tratta dei settori della creatività e delle espressioni artistiche, il nostro paese incontri sempre delle serrate resistenze alla diffusione dell’innovazione.
Ma una conclusione di questo tipo rischia di ridurre al nocciolo, peraltro un po’ “smangiucchiato” ed eroso la annosa questione.
Si cade spesso nella banale osservazione per cui sotto il cielo d’Italia non si costruisca niente di nuovo e si finisce per banalizzare ulteriormente la questione affidandone la responsabilità all’abbondanza di architetti, alla cattiva preparazione degli stessi, alla fallimentare organizzazione delle facoltà di Architettura disseminate in lungo e in largo per lo stivale, alla mancanza di occasioni appetitose (leggi “concorsi di idee”) in cui esprimere al meglio la propria inventiva, ma probabilmente non è proprio così se si osserva la questione dal punto di vista, molto accorto, di Prestinenza Puglisi.
Se provassimo infatti ad allungare il naso un po’ oltre i confini della nostra “Italietta” , ci potremmo accorgere che la creatività degli architetti italiani non è così deprimente come Ciorra vorrebbe farci credere.
I progettisti italiani sempre più spesso negli ultimi anni riescono a spuntare all’estero incarichi di successo e notevole prestigio. Si pensi a quanto hanno costruito negli altri paesi Renzo Piano e Massimiliano Fuksas, ma anche alcuni gruppi e progettisti singoli più giovani e più “freschi”, come Mario Cucinella, Michele De Lucchi, Matteo Thun, Cino Zucchi o Italo Rota. E i risultati dei concorsi più recenti testimoniano che presto avremmo altri edifici a firma italiana nei posti maggiormente in vista del continente.
Inoltre, è vero anche un altro aspetto: non sempre la buona architettura italiana va ricercata dietro le grandi firme. E solo affinando un po’ il nostro spirito di curiosità si possono scorgere nella provincia italiana edifici di notevole pregio seppur non griffati!
Si corre il rischio di stare dietro sempre ai soliti nomi e di trascurare il resto che potrebbe rappresentare la parte più interessante.
Il fatto è, a mio modesto parere, che forse la cultura architettonica contemporanea vicina al mondo accademico, è in Italia ancora troppo legata a quello che è successo nel secolo scorso. E uno dei sintomi più eclatanti di ciò è che, sebbene di indiscutibile insegnamento, si facciano vedere agli studenti sempre e solo le solite cose: se i corsi di composizione architettonica delle facoltà italiane la smettessero di ruotare esclusivamente intorno ad Aldo Rossi, Giorgio Grassi, Vittorio Gregotti, Franco Purini, e affini, forse riusciremmo a vedere il bello e il nuovo che già ci circonda!
Il paese non è “senza architettura” e, i numeri lo dicono, neanche senza architetti. La soluzione per il ritorno dell’architettura in Italia non passa attraverso la commissione di progetti faraonici alle archistar contemporanee, nella speranza di vedere replicato il successo che Bilbao ha riscosso dopo la costruzione del museo Guggenheim.
Un atteggiamento di questo tipo finirebbe solo per tagliare fuori dal mercato locale le generazioni più giovani che a ragion veduta vanno ad esprimersi in posti maggiormente aperti alle nuove idee.
Bisogna puntare sui giovani, affidando loro il cambiamento verso una radicale ridistribuzione del potere culturale e accademico, che sappia guardare alla sensibilità e al coraggio delle istituzioni e dei committenti, nazionali e internazioni, piccoli e grandi, pubblici e privati, e alle scelte imposte dalla realtà in cui viviamo, come la sostenibilità ambientale e la riduzione del consumo di suolo.

lunedì 27 giugno 2011

Bagnoli: dal bianco e nero ai colori


L’immagine in bianco e nero qui sopra è stata scattata il 26 Agosto 1956 e i felicissimi sposi ritratti sono i miei nonni materni, Assunta Sarnataro e Antonio Stanzione.
L’immagine che si scorge alle loro spalle, stagliandosi in maniera inconfondibile è il panorama del promontorio di Nisida, e, sulla destra dell’immagine, il sito dell’ex Italsider a Bagnoli, Napoli, in fervente attività.
I primi insediamenti industriali dell’area risalgono addirittura alla metà dell’Ottocento, con la fondazione degli stabilimenti di Lefevre e della vetreria Melchiorre Bournique.
Nei primi decenni del Novecento si insediano nell’area anche i principali marchi che producono acciai, la cui richiesta vede un incremento notevole in occasione dello scoppio della Prima Guerra Mondiale.
Nel corso dei decenni successivi si assiste ad una crescita smisurata degli insediamenti industriali nell’area, che coinvolgono un’intera zona della città, compresa la realizzazione degli edifici per le funzioni annesse, come le residenze per gli operai impiegati nelle fabbriche.
Nel 1964 le vecchie acciaierie presenti sul sito modificano il loro nome in Italsider Spa. E questo nome segna poi la storia futura, compresa quella più recente, dell’area, oltre che le vite delle migliaia di operai coinvolti nella storia e nel triste epilogo dell’azienda.
Il periodo a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90 vede infatti la cessazione di tutte le attività produttive delle aziende presenti sull’area e comincia una prima fase di abbandono che per certi versi prosegue ancora oggi.
Per esaminare tutte le tappe della storia del sito e delle fabbriche insediate si raccomanda di visitare la pagina Bagnoli Futura, e in giro per la rete sono presenti numerosi altri siti che analizzano questi aspetti.
La storia di Bagnoli si inserisce in un fenomeno ben più ampio che ha rilevanza nazionale e internazionale, che parte con l’abbandono e la dismissione delle più grandi aree industriali sorte a partire dalla fine dell’Ottocento e sviluppatesi per tutto il Novecento, e si conclude nei casi più felici con il loro recupero.
In Italia, i casi di conclusione felice del recupero di aree industriali dismesse sono davvero pochi, e la maggior parte degli urbanisti annovera tra questi il caso del quartiere della Bicocca a Milano, considerato dall’insigne urbanista, Leonardo Benevolo, come l’unico successo nello scenario della pratica del recupero delle aree industriali dismesse. Questo fenomeno è a suo dire gravemente condizionato da processi di valorizzazione speculativa che spesso lasciano pochissimi margini alle singole scelte progettuali. L’architettura diventa un ornamento secondario, anche quando si mobilitano i grandi nomi. A volte, purtroppo si ha la sensazione che queste parti di territorio comunale diventino il cardine di un affare edilizio che neghi la strategia urbana motivata da una necessità sociale e di organizzazione coerente dello spazio urbano.
Per qualche decennio nelle sedi politiche campane, e napoletane in particolare, si è continuamente discusso di recupero dell'area di Bagnoli con un occhio privilegiato al problema occupazionale vagheggiando un nuovo ciclo economico attorno a progetti turistici, immobiliari e talora volgarmente speculativi . I politici di turno ad ogni elezione sparavano proposte sempre "molto originali": un porticciolo turistico, un casinò, una grande area alberghiera etc... Tuttavia e per fortuna i molti nodi da sciogliere, le incertezze politiche, la poca chiarezza di prospettive hanno sempre frenato una progettualità concreta sul problema della bonifica. Poi il progetto di recupero ambientale dell'area di Bagnoli – Coroglio è arrivato.
Il caso partenopeo è per certi versi paragonabile a quello milanese della Bicocca, sia per quel che riguarda la dimensione fisica che per il tessuto culturale che guida l’operazione, ma le vicende che lo riguardano sono più complesse, quasi sicuramente a causa dell’assenza di un unico attore privato che segua lo sviluppo della vicenda, come è invece accaduto con la Pirelli a Milano.
Il processo di recupero dell’area di Bagnoli non si può dire ancora concluso e per molti aspetti è in grave ritardo rispetto alle aspettative.
La speranza è che rispetto all’occasione rappresentata dalle circostanze il tutto non si concluda con un “nulla di fatto” per le persone che ormai da decenni aspettano di vedere conclusa positivamente la vicenda.
Non resta che aspettare che un pezzo di città venga definitivamente e completamente restituito ai napoletani!

venerdì 10 giugno 2011

Tutti i colori dell'Isola di Arturo


Esiste un Mediterraneo autentico, spavaldo e timido al tempo stesso, ignaro del resto del mondo. Si annida nel borgo dei pescatori della Corricella, nelle trame delle reti da pesca, negli alveoli della sua pietra vulcanica, nella sabbia delle spiagge, nei vicoli e nelle scalinate che precipitano verso il mare, nella vegetazione rigogliosa, nelle facciate consunte, nelle tinte sbiadite, nei volti arsi dal sole, nel dialetto che è poesia cantata.

Si scopre questo Mediterraneo percorrendo in lungo e in largo l’Isola di Procida. E’ un Mediterraneo dal sapore contaminato, con sfumature di aromi lontani, di altre terre visitate in passato, sapori africani, napoletani, genovesi, portoghesi …
Si approda sull’isola provenendo da Napoli e ad attendere al porto c’è una colorata accoglienza che mette allegria anche nelle giornate più grigie.

"Un allineamento di case alte, di tutti i colori, strette come una barricata con tante arcate chiuse a mezzo, come strizzassero un occhio. E sopra un verde intenso prepotente, quasi selvaggio, tanta è la forza dei tralci: viti e limoni. Questa prima immagine di Procida si estende a tutta l’isola che è piccola, ma tutta diramata in tentacoli, come i polpi che ancora abbondano nei suoi mari" (Cesare Brandi).

Bisogna visitare Procida per conoscere una Campania sana, che ha voglia di fare e di farsi conoscere, lontana dai riflettori mal attratti che puzzano di marcio sempre puntati su Napoli e da quelli chic di Capri o di Ischia.

Bisogna vedere questo posto per capire che la Campania ce la può fare, mettendocela tutta.

giovedì 2 giugno 2011

Salviamo l'Architettura Italiana del secondo Novecento


Il Decreto Legge n. 70 del 13 maggio 2011 dal titolo "Prime disposizioni urgenti per l'economia" inserisce delle modifiche sostanziali al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio che hanno come conseguenza più allarmante quella di escludere dalla tutela tantissimi preziosi esempi dell'architettura italiana del secondo Novecento, innalzando il limite temporale per la tutela dagli attuali 50 anni a 70.

Invito tutti a firmare la petizione per fermare questo scellerato provvedimento e restituire alla giusta tutela questi preziosi edifici.

E' possibile firmare la petizione, che sarà inviata direttamente al ministro Galan per impedire che il decreto legge venga definitivamente convertito e inizi a produrre i propri scellerati frutti.

Nel testo della petizione è contenuto un estratto significativo di tutti gli edifici che il decreto escluderebbe dalla tutela. E' allarmante!

Firmate, firmate, firmate! C'è tempo fino al 12 giugno.

Ecco il link.

Ringrazio l'Arch. Elena Rizzi per avermi segnalato la notizia e per la diffusione della petizione che sta operando.

venerdì 27 maggio 2011

Il retro della città come la polvere sotto il tappeto



Il paesaggio urbano contemporaneo è fatto anche di “retri”. Tanti di questi si concentrano nei pressi delle stazioni ferroviarie, in prossimità dei grandi parcheggi di interscambio, nelle vicinanze degli aeroporti. Sono luoghi ambigui. Osservandoli si ha la sensazione di incompiutezza, continui rimaneggiamenti, riprese, abbandoni: racconti di storie. A me spesso risvegliano anche uno stato di inquietudine e richiamano alla mente l’immagine della polvere sotto il tappeto, quella che c’è anche se non la vedi, l’hai spostata ma non l’hai eliminata. Oggi a Milano è stato sgombrato un retro. I Rom dei binari morti della Ghisolfa sono stati mandati via all’ora di punta, da un assembramento di quindici camionette della polizia di stato, istruiti a dovere, possiamo immaginare bene da chi. Ma i Rom sono come la polvere sotto il tappeto, non sono spariti e stanno già cercando un altro posto dove trascorrere la notte. Loro non sono mai stati importanti, ma oggi alla vigilia di una scelta importante per la politica della città diventano strategici. Il pensiero viene stravolto, non hanno importanza le persone, non hanno importanza le difficoltà dei singoli, non si agisce per la risoluzione programmata di un problema, non se ne trova la soluzione, non si aiuta! Si mette in scena l’ultimo atto di una reclame tragicomica e fatta di colpi bassi.
Tutto l’universo obbedisce alla paura e gli orchestranti la fomentano, la suonano come il gingle di una pubblicità. Non devi pensare, non devi ragionare, devi solo collegare le cose che ti vengono dette, vedi i Rom e inizi a sentire il motivetto. Non esistono argomenti, non esistono fatti, esiste solo la promessa di tenere l’estraneo lontano dalla tua terra, come se fossimo padroni di un singolo cm di questa terra, dimenticando che siamo di passaggio e che dovremmo rispettare tutto e tutti.
Se per decenni ci siamo occupati della facciata, ora non possiamo lamentarci che il retro della città strabordi di polvere.

martedì 10 maggio 2011

Palazzo Verbania e l'opera di Vittorio Sereni


Palazzo Verbania è una bella palazzina liberty collocata in una posizione dominante sulla sponda del Lago Maggiore nel territorio del Comune di Luino.
Fu costruito nei primi anni del Novecento e inaugurato nel 1904, su progetto dell’architetto e ingegnere luinese Giuseppe Petrolo.
L’edificio fu costruito per essere il kursaal della città e un locale per divertimenti, centro di attrazione per i turisti e un moderno e luminoso capolinea ideale per le linee ferroviarie e quelle lacuali, a servizio della facoltosa aristocrazia che affollava Luino in quel periodo. Fu successivamente trasformato in albergo, e poi in biblioteca.
Nel progetto per il Kursaal va sottolineata l’ardita scelta stilistica e la correttezza dell’impianto generale, aperto al paesaggio e orientato al lago, con cui da oltre un secolo continua a dialogare.
Esso rappresenta il perno del rinnovamento edilizio e urbanistico della città, sulla cui scia furono costruiti meravigliosi edifici, soprattutto ville, fabbriche e alberghi che caratterizzarono la belle époque luinese.
Oggi l’edificio è sede del Museo Civico e ospita interessanti mostre temporanee ed eventi culturali.
Attualmente è in corso la mostra “Vittorio Sereni, parole per musica fiorite”, una mostra multimediale, a ingresso libero, fino al 28 maggio (orario: dal martedì alla domenica, 9:00 – 12:00 / 15:00 – 18:00), dedicata all’opera di Vittorio Sereni (Luino 1913 – Milano 1983), una tra le voci più alte della poesia italiana del secondo Novecento, che ha celebrato con i suoi versi Luino e i luoghi più belli del Lago Maggiore.
Oltretutto, la location di questa mostra a Palazzo Verbania chiude il cerchio di un percorso tra poesia e architettura che coinvolge l’edificio e il poeta Sereni.
Tra i suoi versi, infatti, nella raccolta “Frontiera” compare la poesia “Terrazza”, per la quale molti studiosi sono concordi nel riconoscere la bellissima terrazza a lago di Palazzo Verbania.


Terrazza

Improvvisa ci coglie la sera.
Più non sai
dove il lago finisca;
un murmure soltanto
sfiora la nostra vita
sotto una pensile terrazza.

Siamo tutti sospesi
a un tacito evento questa sera
entro quel raggio di torpediniera
che ci scruta poi gira e se ne va.


(Vittorio Sereni)